LA VOGA ALLA VENEZIANA

La tecnica di voga usata a Venezia è diversa da tutte le altre, è possibile affermare che si tratta di un modo speciale di condurre un’imbarcazione e lo è ancor di più quello applicato dal gondoliere alla gondola; osservandone l’incedere si ha l’impressione che il movimento prodotto dal ‘pope’, così è amabilmente chiamato il gondoliere, sia più assecondato che prodotto; in realtà non è così semplice come potrebbe sembrare poiché il rematore deve combinare due operazioni: una per imprimere la spinta alla barca, l’altra per mantenere la rotta perché, essendo la gondola priva del timone, è con il remo che deve risolvere il problema.

La terminologia rematoria veneziana si riassume nella coniugazione di tre verbi: ‘prémare’, vale a dire premere, ‘stagàre’, che significa stare e ‘sciare’, ossia frenare. La vogata ‘prémando’ è la più semplice: il gondoliere immerge la pala del remo, obliquamente nell’acqua, ‘de tajo’ per dirla in dialetto, quindi spine sul remo ma, per evitare che la gondola con un solo rematore giri su se stessa, ruota leggermente il remo sulla ‘forcola’, così è chiamato lo scalmo, in modo tale che la pala, ancora immersa, compia un movimento inverso al precedente, neutralizzando, quel tanto che basta, le conseguenze della spinta e riuscendo a rettificare la direzione della gondola che, perciò avanza dritta. Il secondo movimento del gondoliere, lo ‘stagàre’ è una fase di quasi riposo sul remo che ritorna in posizione di spinta. Per arrestare la gondola, il vogatore fa’ rimbalzare il remo davanti alla ‘forcola’ così da poterla sfruttare come leva per esercitare una controforza alla trazione: questa è la ‘sciata’. Naturalmente per compiere correttamente queste azioni sono necessari anni d’esercitazione giacché anche il movimento del corpo dev’essere sincronizzato per accompagnare la vogata, se poi si considera che la postazione del gondoliere è piuttosto angusta, che le direzioni della marea e del vento influiscono in modo determinante e che molti canali di Venezia sono strettissimi e trafficati, ci si rende conto della difficoltà di praticare questa che spesso, piuttosto che un semplice mestiere, è definita un’arte.