Spigolature (parte II)

San Francesco

Tornando dall'Egitto San Francesco approdò in un'isoletta della laguna veneta dove, con l'aiuto del suo compagno Illuminato da Rieti, costruì un piccolo oratorio e un capanno. Quando si trasferì ad Assisi, alcuni suoi seguaci vennero ad abitare la costruzione dell'isola. Nel 1288 San Francesco diveniva santo ed, in suo onore, Giacomo Michieli, proprietario dell'isola, fece costruire, una chiesa e un monastero dedicato a San Francesco del deserto, e tale fu il nome che prese l'isola. Ancora oggi è abitata dai frati ed è meta di numerosi visitatori che la raggiungono per vedere i resti della costruzione francescana.


 

Le “Carampane”

Il Maggior Consiglio, con un decreto del 3 giugno 1358, ordinava ai capi di quartiere di individuare un luogo adatto, a Venezia, dove poter confinare le “cortigiane”. Veniva scelto per il singolare ufficio il “Castelletto”, che altro non era che un gruppo di case, di proprietà delle famiglie Venier e Morosini, site a Rialto nella parrocchia di San Matteo. A governo di ognuna di queste case veniva posta una “matrona” che teneva la cassa e, a fine mese, distribuiva i guadagni. Le meretrici, inoltre, non potevano uscir per strada, passare la notte in taverne ed osterie, e dovevano indossare un fazzoletto giallo per distinguersi dalle signore per bene. Ma le abitanti del castelletto, poco a poco, allargavano i loro domini fino a raggiungere i confini “permessi” della zona delle “Carampane”. Di qui il sinonimo di “carampana” viene ad indicare una donna di malaffare ed il consolidarsi, nel linguaggio comune, del non certo ossequioso epiteto di “vecia carampana”. Successivamente, un decreto del 1626 recitava: “Che sia nell'avvenire assolutamente proibito a tutt'e cadauna meretrice andar nel Corso Maggiore (il Canal Grande) all'hora del fresco, così in gondola a due remi come ad un remo. Possono comunque avere un corso tutto per loro, nel rio della Sensa, e Sant'Alvise, a patto che a prua della gondola sia appeso un lume rosso. Queste restrizioni non impedirono tuttavia, di far in modo che le cortigiane veneziane fossero tra le più ricercate, per la loro bellezza e, in molti casi, per il loro fascino ed intelligenza. E' sufficiente ricordare in merito la più famosa di tutte, Veronica Franco: prostituta d'alto rango, letterata, poetessa, benefattrice.


 

Le isole di San Miche e San Cristoforo

Prima che fossero congiunte, nel 1837, le isole di San Michele e San Cristoforo erano divise da un canale ed erano, altresì da sempre, incluse nel distretto di Murano come ribadisce un decreto di Napoleone del 6 giugno 1807. Fin dal X secolo, vuole la tradizione, che in San Michele fosse eretto un sacello dedicato all'arcangelo, nel luogo dove ora esiste, nel primo chiostro, un oratorio sacro dedicato all'apostolo Sant'Andrea. In quest'isola vi era una cavana denominata “cavana de Muran” che serviva da ricovero ai pescatori e ai passeggeri. L'isola di San Cristoforo, invece, prima dell'interramento del canale che la divideva da San Michele, ospitava, come antichi documenti certificano, fino al 1332, un mulino a vento condotto da un tal Bartolomeo Verde che dopo la caduta del mulino fece erigere, al suo posto, nel 1353, un ospizio per donne traviate e desiderose di riabilitarsi. Nel 1454, su quest'isola venne eretto, per mano di Pietro Lombardo, una chiesa che fu tra le sue opere migliori, nella quale ebbero la loro confraternita i “barcaroli del tregheto de Muran”. Nel 1810 la chiesa e il Cenobio di San Cristoforo scomparvero a causa di un decreto napoleonico che decretò l'utilizzo di quel luogo a uso di cimitero comunale. Il 28 giugno 1813, il patriarca di Venezia, Stefano Bonsignori, benedì solennemente quel luogo.


 

La “piera del bando”

La piera (pietra) del bando è un tronco di colonna di porfido violaceo portato a Venezia dalla città israeliana di San Giovanni d’Acri. Sopra questa colonna, il “comandador” (banditore) leggeva ai veneziani tutte le leggi promulgate dallo Stato e le varie condanne inflitte ai condannati fossero esse relative all’esilio, al carcere, alla forca. Oltre a questa famosa pietra del bando sita in piazza San Marco, ne esiste un’altra a Rialto che aveva, in passato, la stessa funzione.


 

La torre dell’orologio

“… Adì 10 zugno 1496 fo dato principio a butar zozo le caze ad intrar de Marzeria in la piaza de San Marcho, supra el volto, per far le fondamente di un horologio multo excelente …” (dai diarii di Marin Sanudo). Si preparava lo spazio per la costruzione della torre dell’orologio, probabilmente su progetto dell’architetto Pietro Lombardo. Il meccanismo dell’orologio fu commissionato agli orologiai emiliani G. Paolo Renier ed al figlio G. Carlo che lo realizzarono tra il 1493 e il 1496 nei loro laboratori di Reggio e di Modena. Lo stesso meccanismo fu rinnovato, dopo due secoli e mezzo, da Bartolomeo Ferracina che impiegò cinque anni di lavoro; l’ultimo riattamento è datato 1858. I due mori in bronzo che battono le ore con i pesanti martelli, sono opera di Ambrogio dell’Ancora, ed hanno le sembianze di un vecchio per ricordare il tempo passato e di un giovane simbolo del presente. L’orologio fu inaugurato il primo febbraio 1499. Esiste anche un modo di dire: “Te fasso veder che ora che xe” (ti faccio vedere che ore sono); usato quando si vuole minacciare in qualche modo qualcuno. Poiché l’orologio si trova di fronte alle colonne della piazzetta tra le quali venivano eseguite le condanne a morte, va da sé il fatto che l’ultima cosa che i condannati vedevano era proprio l’orologio.


 

Il Consiglio dei Dieci

La famiglia Tiepolo tramò contro il doge Pietro Gradenigo per sostituirlo con Jacopo Tiepolo, figlio di Lorenzo. Alleati dei Tiepolo erano i Querini. Il 15 giugno 1310 i congiurati si apprestano ad attaccare le istituzioni ma, nel portico del Cappello nero, una vecchia attirata alla finestra dal frastuono, fa cadere un mortaio che colpisce l’alfiere e il vessillo cade. Ciò è sufficiente a far disperdere i congiurati che scambiano un caso fortuito per una controffensiva del doge. Si rese necessario correre ai ripari, istituendo una vera e propria polizia di Stato affinché episodi del genere non si ripetessero. Nacque, così, il Consiglio dei Dieci. In ricordo e a ringraziamento della vecchia donna, venne posto un bassorilievo sopra il portico e su di una pietra del selciato venne incisa la data.


 

Il corpo di San Marco

Il corpo di San Marco, fortunosamente trafugato da Alessandria da due mercanti veneziani: Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, giunge a Venezia nell’anno 828. fu il doge Giustiniano Partecipazio che fece costruire in onore del santo, divenuto patrono della città, nell’orto delle monache di san Zaccaria, una chiesa che venne distrutta e riedificata dagli Orseolo e nuovamente abbattuta assieme alla vecchia chiesa di San Teodoro (precedente patrono di Venezia) per iniziare i lavori dell’attuale basilica. In questa nuova chiesa, il corpo di San Marco riceve degna e definitiva sepoltura ma, a causa dei vari restauri, delle varie modifiche e ampliamenti, se ne perde l’ubicazione per molto tempo. Narrano le cronache che il 25 giugno 1094, ai fedeli riuniti per pregare, apparve un braccio del santo a segnalare il luogo esatto dov’era sepolto il suo corpo.


 

San Pietro di Castello

Nei pressi del porto di san Nicolò, nell’estrema punta orientale della città, vi era una delle isole maggiori: Olivolo (da Castrum Olivoli), denominata in seguito Castello. In questo luogo, secondo la tradizione, si ergeva l’antico castello costruito dal condottiero degli eneti, Antenore, a difesa delle isole della laguna. Sempre in questo luogo sorgeva la chiesa dei Santi Sergio e Bacco che fu ricostruita, sempre secondo la tradizione, nel 774 da Magno, vescovo di Oderzo e intitolata a San Pietro. Ancora una volta rifatta nel 822, dal vescovo Orso Partecipazio e restaurata innumerevoli volte, fu per lungo tempo la cattedrale di Venezia.


 

Il primo stabilimento balneare

Il primo “Stabilimento dei Bagni”, a Venezia, risale al 1833 e fu opera del Dott. Tommaso Rina che si preoccupò di dare copertura ed assistenza ai suoi concittadini desiderosi di bagnarsi nelle acque della laguna, lì dove erano più pulite. Lo stabilimento consisteva in un grandissimo zatterone galleggiante, con ricavate all’interno grandi piscine in alcuni casi coperte. Tale stabilimento ancorato in bacino San Marco, tra la punta della Salute e la riva degli Schiavoni, era dotato di servizi igienici, servizio medico, parrucchiere per uomo e bar.


 

Le campane del campanile di San Marco

Nel crollo del 1902, solo uno dei bronzi del campanile di San Marco rimase intatto. Gli altri quattro, visto che tutto doveva tornare dov’era e com’era, furono donati alla città da Papa Pio XI. Queste campane hanno, da sempre, avuto un nome che le identificava: la “Marangona”, ovvero la campana maggiore, l’unica che si salvò dal crollo del campanile, che regolava con i suoi rintocchi l’orario di lavoro delle maestranze e che dava il primo avviso delle riunioni del Maggior Consiglio; la “Trottiera” i cui rintocchi seguivano quello della “Marangona” e così chiamata perché nell’udirla i patrizi mettevano al trotto i loro cavalli per raggiungere il palazzo Ducale; la “Nona” che batteva il mezzodì; la “Mezza Terza” detta anche “dei Pregadi” poiché annunciava le riunioni del Senato; la “Renghiera” o “Maleficio”, la più piccola, che dava il segnale alle esecuzioni capitali.


 

Murano

Si racconta che, fuggite da Altino, le nobili famiglie “Murani, Muriani” e “Muranesi”, intorno al V secolo, si stabilirono definitivamente nell’odierna Murano dandoa quest’isola che già abitavano, il nome e lo stemma gentilizio: un gallo incoronato d’argento con piedi vermigli su campo azzurro. Dopo essersi sempre retta con magistrature e ordinamenti autonomi, Murano, sotto il doge Vitale II Michiel, fu incorporata nel sestiere di santa Croce. Questa aggregazione non ebbe risultati felici visto il pauroso aumento di disordini, rapine e violenze di ogni sorta che subito si ebbero e che non potevano essere imputati ad altro se non alla mancanza di un’autorità suprema permanentemente presente sull’isola. I reclami dei cittadini onesti indussero, in meno di un secolo, il doge Lorenzo Tiepolo ad assegnare, con un decreto del Maggio Consiglio del 2 dicembre 1275, nuovamente un reggimento autonomo a Murano.


 

Santa Marta

Il 29 luglio, giorno di Santa Marta, era usanza banchettare con i “sfogi in saor” (sogliole fritte macerate con aceto e cipolla). La chiesa dedicata alla santa si trova, infatti, in una zona della città un tempo abitata da pescatori che, preparando il pesce in quel modo, ne prolungavano la durata nonostante il caldo della stagione. Con il passare degli anni queste feste si tramutarono in vere e proprie sagre che si ripetevano per tutti i lunedì del mese seguente. Così è rimasto in uso il modo di dire: “Far i iuni de Santa Marta” per indicare feste e baldorie di ogni genere.


 

Gli ebrei

Nel XII secolo, a Venezia si contavano milletrecento ebrei che, con il loro potere economico furono decisamente utili allo sviluppo della Serenissima. Ad essi fu concesso di intraprendere qualsiasi tipo di attività ed assegnato loro anche un cimitero nell’isola del Lido; unica limitazione: il soggiorno a Venezia non poteva durare più di cinque anni. La loro principale attività era di prestare denaro, su pegno, ai cittadini ma, un po’ alla volta non si accontentarono più degli interessi ma pretesero di trattenere gli oggetti preziosi; le condizioni dei prestiti furono portate a livelli di strozzinaggio tanto che riuscirono ad impadronirsi della maggior parte dei beni mobili dei veneziani. Furono dettate leggi per frenare l’usura ma gli ebrei non si adeguarono e furono costretti a soggiornare a Venezia per non più di quindici giorni e a portare sul petto una “O” gialla “della misura di una pagnotta da quattro denari” come segno di identificazione. Poiché essi nascondevano la “O” sotto il mantello, furono obbligati ad indossare, pena una multa di cinquanta ducati d’oro e un mese di prigione, un particolare cappello. Fu loro proibito stare vicino ai convertiti e di entrare nelle loro case, fu proibito far credito su usura ai cristiani, esercitare funzioni legali, giacere con donne cristiane (pena una multa pecuniaria e un anno di prigione ridotto a sei mesi se la donna era una prostituta. Nel 1516 furono confinati in una zona detta “ghetto degli ebrei” limitata da mura entro le quali dovevano rimanere dal tramonto all’alba, ed aver le loro attività, le loro sinagoghe e le loro abitazioni. Per esigenze di spazio furono costruite case molto alte , fino a otto piani. Solo alla fine del ‘700, con il principio di uguaglianza tra tutti i cittadini, il ghetto non fu più riservato agli ebrei. Nota: la termine “ghetto” è stata coniata a Venezia e deriva da “getto”, poiché in quel luogo avvenivano le fusioni dei metalli per costruire i cannoni delle navi; avveniva cioè, la colata (gettata).


 

Le regatanti

Fin dal 1493 anche le donne si cimentano nelle regate; ed esattamente da quando Eleonora d’Este è, assieme alla figlia Beatrice, ospite a Venezia. In loro onore, quarantotto donne di Murano, Burano e Malamocco, su imbarcazioni a quattro remi, affrontarono la gara in Canal grande. Il primo agosto del 1502 si corsero due regate: una tra uomini e una tra donne in onore di Anna, regina d’Ungheria. Furono nell’occasione undici gli equipaggi femminili e solo sette quelli maschili.


 

Marcantonio Bragadin

Un relitto d’uomo: frustato, bruciacchiato, con le orecchie mozzate ed una caviglia slogata, era costretto a portare pesanti ceste colme di terra sulle fortezze turche. Quell’uomo era Marcantonio Bragadin, fatto segno di mille torture dal generale Lala Mustafà, poiché questi voleva che il Bragadin gli implorasse pietà e gli rivelasse i piani dell’armata cristiana. Fu appeso al pennone di una galea, fu trascinato nella polvere ed infine legato alla stessa colonna dove poco prima sventolava il Leone di San Marco. Alle richieste dell’ufficiale turco, Marcantonio Bragadin rispose con uno sputo in faccia, allora i turchi lo scuoiarono vivo ma il condottiero veneziano non emise alcun gemito e il 17 agosto 1571, fra atroci tormenti, spirò. La sua pelle fu trattata ed esposta, come un trofeo, ad Istanbul. Dopo molti anni fu sottratta da un suo attendente e riportata a Venezia. Una porzione di questa pelle “piegata in ampiezza di un foglio di carta, salda e palpabile come un pannolino, nella quale si vedono i peli del petto ancora attaccati” è, ancor oggi, conservata, in un’urna, nella basilica dei Santi Giovanni e Paolo.


 

I conservatori

Quelli che oggi sono chiamati conservatori erano detti, nel ‘700, ospedali. A Venezia se ne contavano quattro. In essi vi si tenevano veri e propri concerti; inoltre numerose fanciulle vi venivano istruite al canto e alla musica e queste si esibivano nelle chiese adiacenti agli ospedali, davanti a un vasto pubblico. Nell’ospedale della Pietà, i concerti erano diretti dal maestro Antonio Vivaldi, nell’ospedale di Santa Maria dei Derelitti, dal prete Anfossi, in quello dei Mendicanti e in quello degli Incurabili, dai maestri Galuppi e Legrenzi.


 

I ponti incatenati

Il ponte di San Biagio e il ponte della Veneta Marina, venivano chiamati “Ponti delle Catene” poiché erano attaccati agli stabili delle rive vicine con lunghi ferri, tramite i quali i ponti venivano sollevati per permettere il traffico marittimo da e verso l’Arsenale. Si deve a Filippo Rossi, il progetto e la conseguente trasformazione del ponte di San Biagio, nel 1745, in un ponte levatoio, poiché il precedente sistema comprometteva seriamente la stabilità dei fabbricati ai quali il ponte era ancorato tramite catene.


 

Il pievano (parroco)

… Addì 22 agosto 1639, viene staccata la testa al pievano di San Basso, chiamato D Francesco… Il pievano, sentito un penitente che l’indomani gli avrebbe confessato di aver ucciso un nobiluomo, nascose il nipote in un armadio in modo tale da poter sentire anch’egli la confessione e denunciare il fatto alla giustizia intascando i quattromila ducati previsti per la taglia dell’assassino. La giustizia fece il suo corso ma, al momento di salire sul patibolo, l’assassino, davanti all’immagine del Crocefisso disse ad alta voce: “E’ vero ch’io sono il reo, ma come può esser scoperto il mio delitto, se è conosciuto soltanto a Voi che siete il mio Gesù Cristo, da me che sono il reo e dal pievano di San Basso che è stato il mio confessore?”. Riportati, immediatamente, i fatti al Tribunale Supremo, questi decise non solo di graziare l’assassino ma dargli duemila dei quattromila ducati destinati alla taglia alla condizione di lasciare, entro tre giorni e per sempre la città e di decapitare, in sua vece, il pievano.


 

Il gioco del calcio

Il gioco del calcio era molto praticato a Venezia, specialmente dai patrizi che usavano riunirsi, per le partite, al bersaglio di Sant’Alvise. Il popolo assisteva numeroso a queste dispute, in occasione delle quali si ricoprivano di assi i tetti delle case circostanti il campo di gioco, in modo che il pallone non rimanesse impigliato tra le tegole ma ricadesse subito tra i giocatori. Per la sicurezza, tra giocatori e spettatori veniva tesa una rete di spago. L’interesse della gente per questo gioco fu tale che alcuni imprenditori lo trasformarono in uno spettacolo a pagamento. Così si ingaggiarono giocatori forestieri particolarmente bravi e famosi e si istituirono le “pirie”, ossia le scommesse. Uno dei più celebri giocatori fu Carlo Guerra da Udine che veniva chiamato a Venezia per esibirsi. Fu in una di queste sue apparizioni in città che, il 4 settembre 1753, perse la vita, colpito da un cornicione di un palazzo in restauro a San Severo.


 

Origini della regata storica

Ne le feste, co’ se usava

el tirar de fionda al Lido

molta zente la ghe andava

volontaria o per invidio.

Per andarghe, usanza antica

gera metarse a vogar

drento barche messe in riga

e de remo sfida far”

In questo sonetto si vuole individuare una delle probabili origini della “regata”, antichissima festa veneziana che iniziò come sfida tra giovani che andavano a gareggiare con l’arco nell’isola del Lido. Questa gara era ben vista dal governo veneziano in quanto i giovani si addestravano all’uso del remo e venne introdotta anche in occasione della festa delle Marie e finì col divenire uno spettacolo tra i più sfarzosi dell’epoca al quale partecipano vari tipi di imbarcazioni. Un imponente corteo di barche, gondole e bissone apriva la manifestazione percorrendo tutto il Canal Grande. Davanti a palazzo Foscari, vi era uno speciale barcone sul quale prendevano posto il doge e le autorità. Era il punto dov’era fissato l’arrivo delle gare e dove avvenivano le premiazioni. La tradizione vuole che all’ultima bandiera arrivata venisse consegnato un porcellino vivo. Questa manifestazione è una delle poche che si sono tramandate fino ai giorni nostri senza eccessivi cambiamenti; essa richiama, la prima domenica di settembre, molti veneziani e turisti che seguono con affettuoso campanilismo le gesta dei propri beniamini.


 

Il corno dogale

La chiesa di San Zaccaria, ogni anno, alla vigilia dell’anniversario della sua consacrazione, il 13 di settembre, veniva visitata in pompa magna dal doge e dai signori. Più tardi questa visita venne spostata al pomeriggio della domenica di Pasqua e, in quell’occasione, veniva portato in un bacile, il preziosissimo corno dogale che l’abbadessa Giovanna Morosini aveva donato al doge Pietro Tradonico che fu eletto nell’837. Queste visite si perpetuarono per molto tempo anche se, a volte, per i dogi si rivelarono decisamente funeste. Nell’864 lo stesso doge Pietro Tradonico rimase ucciso e la stessa sorte tocco al doge Vitale Michieli II nel 1172.


 

I vaporetti

Già nel 1873 Venezia era collegata con Chioggia e con Jesolo da vaporetti. L’idea di effettuare un servizio urbano fu del piemontese Alessandro Finella, che ne ottenne l’autorizzazione per conto della società francese “compagnie des bateaux omnibus de Venise”. I primi esperimenti venne ro effettuati con il vaporetto “Regina Margherita” ed il servizio vero e proprio iniziò il 15 settembre 1881 con gran disappunto dei gondolieri i quali, con le parole “sulla Repubblica di San Marco un maleodorante fumo sputato da una ciminiera annebbia la veduta”, iniziavano una lotta. Scesero in sciopero il 31 ottobre 1881 incatenando le loro gondole alle “bricoe”, si riunirono in assemblea nella Scuola di San Giovanni in Laterano e uscirono in corteo. Il gondoliere più anziano portava una bandiera nera, segno di lutto per la gondola, ormai non più regina incontrastata della laguna.


 

Furlan”

Furlan, ovvero nato nel Friuli, diventa per i veneziani sinonimo di nato in terraferma o meglio di non nato a Venezia. Essendo l’immigrazione friulana molto antica in Venezia, possiamo pensare che, spesso, questo termine sia usato nella sua accezione più restrittiva per cui certe calli dalle parti di Sant’Antonin, siano proprio da collegarsi a questa immigrazione. Perciò non è certo se nel decreto del Consiglio dei Dieci del 25 settembre 1454 si parli di veri e propri friulani o semplicemente di non veneziani quando si obbligavano “i portatori di secchi di vino, i bastasi, i facchini e tutti i furlani” ad intervenire, senza alcuna retribuzione, in tutti gli incendi pena il bando per due anni dalla città. Di qui la precisa stigmatizzazione in un modo di dire del desiderio dei veneziani di non confondersi con i furlani: “Dime ludro, dime can, ma no dirme furlan” (chiamami sporco, chiamami cane, ma non chiamarmi friulano.


 

L’illuminazione notturna

Il codega che per tanto tempo aveva preceduto, con la sua lanterna, i viandanti nell’accompagnarli per le buie strade di Venezia di notte, un po’ alla volta, con l’arrivo dell’illuminazione pubblica, cede il passo all’impissafarai. Nel novembre 1719, vengono, infatti, posti i primi farai nelle mercerie e’ in seguito, troviamo traccia di estendere questo intervento ad altre vie cittadine nelle successive delibere del Senato. Nel 1732 viene imposta una tassa speciale per far fronte alle spese di illuminazione pubblica e il 29 settembre 1740, un decreto stabilisce che la spesa per i farai di piazza San Marco sia sostenuta dalla Procuratia de supra, per quelli di Rialto dal Magistrato del sal, per quelli delle dogane e per i magazzini pubblici, dal Governo.


 

Mestre

Il 29 settembre 1337 Venezia conquistava Mestre. Non fu una conquista con le armi ma bensì con il denaro: infatti, per duemila fiorini, i tedeschi che la difendevano per conto degli Scaligeri, la cedevano al capitano della Repubblica Andrea Morosini.


 

I cassoni dell’acqua potabile

La città, nel passato, ebbe non pochi problemi nell’approvvigionamento dell’acqua dolce. Fino a tutto il XV secolo, ogni abitante non poteva disporne per più di cinque litri giornalieri. Per ovviare alla carenza d’acqua, il governo della Serenissima stabilì tutta una serie di accorgimenti per la raccolta dell’acqua piovana nel sottosuolo, mediante un sistema di “gronde” (grondaie) e tubature infilate fino a cinque/sei metri nel terreno. L’acqua si raccoglieva in enormi cassoni d’argilla, opportunamente occultati, ed ivi depurata. Veniva erogata ai cittadini per mezzo dei pozzi. Tali cassoni, visibili sotto forma di rialzo del terreno, sono ancora visibili nella piazzetta dei Leoncini, nei campi San Marcuola, Sant’Angelo, San Beneto, San Trovaso, ecc.


 

Le calli, i portici, i ponti

Le calli che formano il complesso tessuto viabile di Venezia sono circa tremila. Le più strette sono: calle Varisco (a Canaregio, tra campo San Canciano e il campiello della Madonna) larga cinquantatre centimetri; calle dell’Occhio grosso (Castello) cinquantotto centimetri; Calle della Raffineria (San Cassiano) cinquantanove centimetri; calle Stretta (campiello Albrizzi) sessantacinque centimetri; calle de Ca’ Zuste (Santa Croce) sessantasette centimetri e mezzo. Tra i portici più bassi vi sono: Ca’ Balbi (in calle della Verona); degli Squelini (rio Marin); del Forno (fondamente Zozzi); dell’Ospedaletto (San Vio). I ponti che collegano le isolette che formano Venezia sono 429 tra grandi e piccoli. Ognuno di essi permette il transito delle barche anche se qualcuno con difficoltà, forse l’unico che vieta il passaggio ai natanti è quello dietro al teatro la Fenice che attraversa rio Memo o della Verona.


 

Andar a Patrasso”

Andar a Patrasso significa andare in rovina, in malora, non saper che pesci pigliare. E’ un motto assai comune che ebbe origine a Venezia attorno al 1466 quando i turchi inflissero una grossa sconfitta alle forze veneziane che, comandate dal provveditor Barbarigo, che volevano impadronirsi della loro roccaforte nei pressi di Patrasso.


 

Il contrabbando

Il Consiglio Minore del doge vigilava, tra le altre cose, anche sulla marineria e sulla navigazione. Così, ai fini di un completo controllo da parte della Signoria sui traffici marittimi, che dovevano comunque tornare a beneficio della Serenissima, vi era una stretta regolamentazione sull’importazione e sull’esportazione di ogni genere di beni. Erano infatti pubblicati, a San Marco e a Rialto, i bandi che vietavano ai veneziani di comprare o vendere merci in certi paesi e di caricare, in porti stranieri, grano e legname che non dovessero pervenire a Venezia. Ai contravventori erano inflitte pene gravissime che potevano arrivare alla confisca dei beni e alla demolizione della casa. Così, per combattere il contrabbando, veloci navigli incrociavano l’Adriatico perseguitano ogni nave che portasse merce proibita; mentre per la difesa del commercio fluviale erano sempre pronte sottili galee. Gli ufficiali preposti a tali controlli, erano istituiti dal governo che indicava anche in quale modo doveva essere divisa la merce sequestrata. Le pene previste per chi si opponeva ai doganieri erano severissime.


 

Il ricongiungimento all’Italia

I bersaglieri in divisa da parata sfilano di corsa sul molo con la fanfara in testa e vanno a fermarsi accanto ai tre pennoni davanti alla basilica di San Marco. Issano, nel più religioso silenzio, tre drappi: uno rosso, uno bianco, uno verde. E’ il 19 ottobre 1866, si festeggia il ricongiungimento all’Italia di Venezia, del Veneto e di Mantova. L’indomani, la “Gazzetta Veneta” riporterà le frasi “… più di un volto a cui da tempo erano ignote le lacrime, non poté impedire che esse lo irrigassero abbondantemente…”. Poco dopo, il 7 novembre verrà trionfalmente accolto in piazza San Marco il primo re d’Italia: Vittorio Emanuele III.


 

I Nicolotti

La ragione del nome di Nicolotti, per una delle due fazioni nelle quali era divisa Venezia, si trova nel risultato di una sfida, avvenuta il 21 ottobre 1548. Per quell’occasione la città si divise in due, di qua e di là del ponte di San Barnaba. Da un lato vi erano i Canaruoli, che erano gli abitanti di San Nicolò, di Canaregio e di San Polo; uniti a loro combattevano gli abitanti di Santa Croce e di Murano. Dall’altro lato vi erano i Castellani, ossia gli abitanti di Castello, di San Marco, di Dorsoduro e della Giudecca. Se avessero vinto i Castellani, i Canaruoli avrebbero dovuto chiamarsi per sempre: Nicolotti. Se avessero vinto i Canaruoli, i Castellani si sarebbero per sempre chiamati: Bragolini. Alla fine della furiosa rissa, uscirono vincitori i Castellani e i Canaruoli deposero il loro nome.


 

Le “naumachie”

Tra la moltitudine di feste e giostre che si organizzavano a Venezia, bisogna ricordare le naumachie, vere e proprie battaglie navali che si svolgevano in spazi d’acqua limitati alla presenza di autorità e illustri ospiti. Per la loro grandiosità e impiego di mezzi citerò, in questo contesto, due di queste grandi giostre. Nel 1502 ve ne fu una di importantissima che si svolse nelle acque del Canal Grande, in onore di Angela Candola, principessa di Francia e moglie di Uladislao re d’Ungheria, allora ospite della Serenissima. In questa giostra furono usati legni a due e anche a tre ordini di remi, completamente armati. Inoltre, sulle prue di certe grosse barche a trenta remi, furono fissate grandi figure di legno armate di larghissimi scudi e di lunghe lance. Queste, correndo velocemente, cercavano di urtarsi e di speronarsi a vicenda, in modo di colpire e far cadere le statue delle imbarcazioni avversarie. Il 23 ottobre 1529, la Compagnia della calza dei reali Juniores organizzò una grandiosa naumachia in Bacino San Marco in onore del duca di Milano. Per questa occasione, venne posto nel mezzo del bacino, su una grande zattera, un alto castello. Questo era di legno ma dipinto con i colori della pietra e del marmo in modo da sembrare un vero maniero che si ergeva sulle acque. Dopo le cerimonie preliminari, si ingaggiò una battaglia tra gli assedianti e gli assediati. I primi, armati di lunghe scale e di spade di legno si dettero all’assalto del castello, i secondi, dall’interno, si difendevano facendo cadere sugli avversari la polvere di gesso contenuta in enormi pentoloni e tempestando le imbarcazioni di “proiettili”. All’assalto intervennero, divisi in due squadre, ben ventiquattro brigantini armati di tutto punto, al comando di Zuane Pape e Francesco da Pozzo, mentre la difesa del castello era stata affidata a un capitano di fanteria.


 

I ponti su barche

Dopo l’unione delle due isole di San Michele e di San Cristoforo e la loro definitiva trasformazione in cimitero, durante la ricorrenza dei defunti, il 2 novembre, si pose un problema la cui soluzione non appariva certo facile. In questo giorno, i veneziani desideravano visitare le spoglie dei propri cari defunti per vivificare quella “corrispondenza d’amorosi sensi” che ne la morte ne quel breve tratto di acqua che separa il cimitero dalla città potevano interrompere. Così, in seguito a questa pressante esigenza di comunicazione con l’isola, la comunità veneziana con uno strumento che la tradizione indicava come il più sicuro e collaudato: il ponte su barche. Con i ponti su barche venivano, infatti, collegate sia la chiesa della Madonna della Salute che quella del Redentore durante le rispettive ricorrenze; e questo accadeva da moltissimo tempo senza che mai si fossero verificati incidenti. Così anche tra le Fondamente Nuove e il cimitero si provvide a costruire un ponte su barche. Questo fu attivo per molti anni fino a quando, a causa dell’aumento dei costi per la costruzione, dell’aumento del moto ondoso e del miglioramento dei servizi di navigazione interna garantito dai vaporetti, il ponte su barche cadde in disuso.


 

L’alta marea

L’alta marea era iniziata alle ventidue del 3 novembre 1966. In base alle regole, alle cinque del mattino del giorno dopo avrebbe dovuto ritirarsi ma, fu solo una piccola flessione: la laguna non era riuscita ad espellere l’acqua a causa del forte vento di scirocco. A mezzogiorno la nuova ondata di marea, all’acqua già alta si aggiunge altra acqua; saltano gli impianti di energia elettrica del telefono del gas. L’acqua scavalca i murassi del Lido; a Pellestrina, sempre sui murassi, nove brecce, per un totale di ottanta metri, si aprono costringendo gli abitanti a riparare al Lido con le barche. Sembra la fine del mondo: si è rotto un equilibrio plurisecolare, si staccato un anello del delicato ingranaggio. L’acqua supera di un metro e novantaquattro centimetri il livello medio del mare, il massimo mai raggiunto nella storia di Venezia. Alle ventuno il miracolo, il vento cala e i veneziani si rimboccano le maniche e al lume di candela riprendono possesso della città; la terribile dimostrazione della dipendenza dal mare si conclude.


 

La morte del doge

Come nella vita anche nella morte la dignità dogale si esprimeva con pompa e imponenza. Appena spirato il doge, infatti, venivano subito chiamati i marinai a vigilare il palazzo, mentre la salma veniva portata dai canonici del Capitolo di San Marco, in solenne processione, fino alla Sala del Piovego, seguita dalla Signoria e dagli alti magistrati. In questo salone, il doge, vestito d’oro, con il manto scarlatto, la berretta in testa, gli speroni ai piedi e la spada al fianco, veniva adagiato sul catale, su un drappo d’oro, e vi rimaneva tre giorni fra quattro torce ardenti. La veglia era fatta da ventun nobili eletti dalla Signoria, vestiti di rosso scarlatto per sottolineare che, anche s e il doge era morto, la Signoria continuava a vivere. L’annuncio della morte era dato alla città, facendo suonare in doppio, nove volte le campane del campanile di San Marco.


 

Il ponte dell’Accademia

“… il 20 novembre 1854 si aprì al pubblico un ponte, gettato attraverso il Canal Grande, da San Vitale alla Carità, di ferro, che venne costruito dall’ingegner Neville nelle officine inglesi…”. Il ponte dell’Accademia fu completamente rifatto in legno nel 1933.


 

I nuovi aristocratici

Solo in occasioni assolutamente straordinarie furono ammesse, in numero considerevole, nuove famiglie nell’ambito dell’aristocrazia. Questo avvenne una prima volta del XII secolo in occasione della pericolosa guerra di Chioggia, per accadere di nuovo, dopo quasi tre secoli, durante la guerra contro i turchi per la difesa di Candia. I patrizi, coscienti del pericolo che rappresentavano le armi genovesi, che ormai avevano violato la laguna, promisero, tramite un decreto del Maggior Consiglio del 1 dicembre 1379, di ammettere al Maggior Consiglio stesso, trenta tra le famiglie che alla fine della guerra si fossero dimostrate le più prodighe ad elargire “sangue e denaro” per la difesa della patria. Il decreto si rivelò molto efficace, e ci fu una vera e propria gara nel mettere a disposizione delle necessità della Repubblica sia il braccio che i beni. Tanta era la considerazione in cui era tenuto il patriziato, che alla fine della guerra ben cinquantanove furono le famiglie che si presentarono, con buon diritto, candidate alla nobiltà. Di queste, in conformità al suddetto decreto, trenta l’ottennero unitamente al generale da terra Giacomo Cavalli al quale fu concessa con un decreto speciale.


 

Querini Stampalia

Il conte Giovanni Querini, con testamento datato 11 dicembre 1868, in atti da dottor Daniele Gaspari, notaio in Venezia, faceva donazione alla sua città del palazzo Querini, a Santa Maria Formosa, quale sede di una fondazione scientifica da intitolarsi alla sua famiglia, oltre a numerose raccolte di libri e documenti storici, nonché di una cospicua sostanza per il mantenimento e l’amministrazione della fondazione. Il conte spirava cinque mesi dopo, il 25 maggio 1869. La famiglia Querini Stampalia si estinse nel 1886.


 

La chiesa di San Giacometo

La chiesa di San Giacomo, famigliarmente detta di San Giacometo, forse per le sue dimensioni, è senz’altro la più antica di Venezia. Fu edificata inizialmente in legno tra il 421 e il 428. In varie occasioni fu ricostruita e l’attuale facciata risale al 1600. Era consuetudine che il doge vi facesse visita il mercoledì Santo per fruire dell’indulgenza concessa da Papa Alessandro III, nel 1177, in occasione della sua visita a Venezia. Sin dal 1410, il campanile della facciata, oltre ad indicare le ore, dava segnali di interesse mercantile e di allarme acqua alta e incendio che, soprattutto nella zona di rialto si dimostravano piuttosto rovinosi. Si ricordano, infatti, gli incendi del 1485 e del 1486 che distrussero completamente i magazzini delle biade; quelli del 1505, del 1506 e del 1511 definiti tragici; del 1513 quando vennero distrutti il monastero dei Crociferi e la chiesa di San Giovanni Elemosinaro. Nella piazzetta della chiesa, con un decreto del 15 dicembre 1542, un religioso, apposta stipendiato, tutti i dopo-pranzo predicava al popolo, da un pulpito in legno, montato su ruote per poter facilmente essere riposto ultimata la predica. Voltando le spalle alla facciata della chiesa, ci si trova di fronte al “gobbo di Rialto”, la pietra del bando dall’alto della quale il “comandator” leggeva le ordinanze e sulla quale anche il popolo si compiaceva di salire per denunciare negligenze, abusi ed ingiustizie dei potenti, nonché chiacchiere e prese in giro che, in poco tempo, facevano il giro di Venezia come “parole del gobbo di Rialto”. Sulla stessa pietra del bando venivano messi alla berlina quei rei che non trovavano posto nella “cheba” o nella pietra di San Marco perché già occupate.


 

La fine della Serenissima

Sala del Maggior Consiglio, anno 1797. Cinquecentododici voti favorevoli, venti i contrari. Il patriziato dichiara decaduta la Serenissima Repubblica di Venezia. Lodovico Manin, togliendosi il corno regale e il mantello d’ermellino, porgendoli a un inserviente gli dice: ”Tieni, ormai non servono più”. Dopo undici secoli di storia avventurosa, l’ultimo doge non ha avuto il cuore di gettare allo sbaraglio la sua città contro colui che diceva: ”Sarò un Attila per lo Stato Veneto”. Il 15 maggio, mentre le truppe francesi entrano in Venezia al grido di: “Viva la libertà”, si sovrappone quello di: “Viva San Marco”. Nelle città dalmate già si bruciano le bandiere veneziane per sostituirle con il tricolore della Repubblica Italiana Libera ma Napoleone, con il trattato di Campoformido, abbandona Venezia all’Austria.