Spigolature (parte I)

Spigolare significa raccogliere le spighe rimaste dopo la mietitura ma anche, ed è questo il senso di queste pagine, raccogliere le spighe migliori. Infatti, era mia intenzione raccogliere alcune tra le notizie storiche, ma anche curiosità e leggende tra le più, a mio giudizio, interessanti del vasto panorama che offre la letteratura circa quello che fu Venezia e i suoi protagonisti.


 

Il gonfalone

Il gonfalone rosso-dorato della Serenissima Repubblica di San Marco, ha origini assai remote. Le formazioni militari lo adottarono fin dal 1204, nell'assalto alle mura di Bisanzio. Il leone era “stante” cioè seduto, con il libro aperto e la spada ben eretta tra le zampe, la scritta “Pax Tibi Marce” in occasione di importanti battaglie navali veniva sostituita con le parole “In Hoc Signo Vinces”. In seguito, il leone “andante” cioè in piedi, prese definitivamente il posto di quello stante.


 

I colombi

Narra la leggenda che i primi colombi furono portati a Venezia da un lontano ambasciatore per rallegrare le malinconie di una dogaressa. I colombi, una volta fuggiti dalla gabbia, avrebbero nidificato e prolificato tra i marmi della basilica. Si deve poi alla contessa Querini Policastro il tradizionale mantenimento degli stessi a cura del Comune, infatti ella dispose che le sue (seppur relative) sostanze fossero impiegate per assicurare ai colombi almeno una giornaliera razione di granoturco.


 

La bocca della verità

Il tribunale degli inquisitori si basava per le informazioni su una vasta rete spionistica, formata sia da informatori qualificati, che dall'appoggio di tutti i cittadini. A tale scopo c'era la “Bocca della verità” cioè una speciale cassetta postale posta in varie parti della città dove chiunque poteva denunciare una qualsiasi violazione della legge. Fino al 30 ottobre 1387 venivano accettate solamente quelle sottoscritte ma, per accuse importanti o riguardanti lo Stato, erano prese in considerazione anche le denunce anonime. Da notare che le denunce appurate come false causavano l'applicazione della pena prevista nei confronti del calunniatore. Il materiale riguardante queste denunce è ancora raccolto nell'Archivio di Stato di Venezia sotto la voce “Inquisitori di Stato”. E' formato da parecchie centinaia di buste che le raccolgono archiviate sotto ordine alfabetico del nome del confidente.


 

Lo scialle

Fu concessa nel 1761 la licenza ad un tale Giovanni Zivoglis di “fabbricare dei fazzoletti, come si usano nelle Indie, e portati anche dalle donne dello Scià di Persia ...”. Nacque così lo scialle veneziano, in seta o in tessuto leggero, chiamato “zendado”, o in lana pesante detto “lenzuoletto”. Inizialmente fu dei più svariati colori e più o meno riccamente decorato; solo nel 1848, quando la città dichiarerà il suo lutto per i caduti nella lotta di insurrezione, assumerà il tradizionale colore nero. La denominazione “scialle” si vuole derivata dalla parola “scià” appunto, di Persia.


 

Il ponte di Rialto

Ben diecimila palafitte in legno d'olmo piantate a sei metri di profondità, venticinquemila fiorini e tre anni di lavoro, occorreranno per costruire il ponte di Rialto in pietra come ancora oggi lo si può ammirare. Nato come semplice ponte in legno, diventerà il ponte più famoso di Venezia soltanto alla fine del XVI secolo. A ricordo della costruzione del ponte vi è uno scritto sul palazzo Camerlenghi dove si possono vedere anche due figure, una di uomo e una di donna, scolpite sul capitello di due pilastri. L'uomo, al posto dei genitali, ha un piede con degli unghioni; la donna è accovacciata tra le fiamme. Narra la leggenda che durante i lavori di costruzione del ponte, questi due personaggi avrebbero detto: “Se si arriva a costruire il ponte in pietra, voglio che mi cresca un'unghia sul pene; “E a me che le fiamme mi brucino la vagina”.


 

Il ponte della Libertà

L'11 gennaio 1846 il ponte riservato ai treni congiunse Venezia al continente. Fu inaugurato da un treno imbandierato e adornato di fiori sul quale vi prese posto anche il maresciallo Radetzky. Il ponte ferroviario si articola su duecentoventidue archi poggiati su settantacinquemila pali piantati sul fondo ed incorpora anche quarantotto camere di scoppio da usarsi “... nel caso che la sicurezza isolana di Venezia rendesse necessario farlo saltare con la polvere da fuoco ...”. Il ponte stradale, lungo tremilaseicento metri e largo sedici, sarà progettato solo nel 1928.


 

Assicurazioni

Le prime forme assicurative sulle merci ebbero origine a Venezia, infatti, già nel medioevo, a Rialto, nella calle già da allora denominata “della Sicurtà” avevano gli uffici di quei mercanti che esponevano garanzia di rimborsare quei colleghi i cui generi, spediti via mare, venivano depredati o deperivano.


 

Il caffè

Non tutti sanno che l'uso del caffè come bevanda ebbe inizio nella città di Venezia. Infatti, Gianfrancesco Morosini, ambasciatore in Turchia, in una sua relazione alla serenissima del 1585 si esprime così: “... i turchi stanno a sedere e per passare il tempo usano bere, nella strada e nelle botteghe, un'acqua nera e bollente ricavata da un seme ...”. Le prime botteghe del caffè e delle malvasie comparvero a Venezia nel 1683 e dilagarono rapidamente. La Repubblica temendo che in quei locali si potesse tramare contro il potere, ordinò che venissero controllate come numero. Nel 1759 furono ridotte al numero massimo di duecentosei.


 

La Giudecca

La Giudecca è formata da dieci isole divise da nove canali. La divide da Venezia il canale un tempo chiamato “della carboneria”. L'isola era denominata “Spinalonga” per la sua forma a spina di pesce e fu una delle prime zone abitate da contadini e da pescatori. Un tempo vi risiedevano molte famiglie illustri e nobili che amavano costruire le loro ville nei magnifici giardini che vi si trovavano. Anche Michelangelo, nel '500 vi dimorò. I giovani nobili della Giudecca si riunivano nella famosa “Compagnia della calza”, nome derivato dai caratteristici pantaloni molto attillati che usavano e adornati dallo stemma del casato intarsiato di brillanti posto su un fianco. Il mulino Stucky, la sua più grande costruzione, sorse alla fine dell'ottocento sulle rovine dell'ospizio di San Biagio, fondato dalla beata Giuliana di Collalto. Nell'isola della Giudecca vi sono tre chiese: le Zittelle o Santa Maria della Presentazione del '500 che nel XVIII secolo fu sede di una scuola di merletti per fanciulle povere; il Redentore, eretta quale voto per la cessazione della peste che investì Venezia nel 1576 su progetto del Palladio e di Antonio da Ponte fu consacrata nel 1592; Santa Eufemia, costruita in stile veneto-bizantino fu una delle prime chiese di Venezia ma vari restauri e rimaneggiamenti le hanno fatto perdere l'aspetto originale.


 

I ponti

Uno dei problemi pubblici dell'edilizia veneziana fu senza dubbio quello dei ponti. All'inizio furono i proprietari degli edifici adiacenti ai canali che provvedevano alla loro costruzione. Si trattava di ponti in legno senza gradini poiché, a quei tempi, i cittadini usavano uscire a cavallo. I ponti di pietra furono costruiti più tardi e ancora più tardi si aggiunse loro il parapetto. Il primo esempio è il ponte di San Zaccaria, costruito nel 1170, mentre per vedere l'unico esemplare di ponte senza parapetto bisogna recarsi al “ponte chiodo” nei pressi della famosa Ca' d'Oro a Canaregio.


 

La festa delle Marie

Era d'uso, in Venezia, nel giorno dell'anniversario della traslazione del corpo di San Marco, celebrare, nella chiesa di Olivolo a San Pietro di Castello, i matrimoni tra coppie non abbienti. Il 31 gennaio del 942 (alcuni storici riportano l'anno 944) durante la cerimonia, irruppero alcuni pirati istriani che, avuta la meglio sui presenti, presero il largo portando con se le fanciulle con i loro corredi portati in chiesa per farli benedire. Immediatamente fu allestita una flotta che, al comando del doge Candiano III, raggiunse i pirati, il 2 febbraio, nei pressi di Caorle in quella zona di mare in seguito chiamata “il porto delle donzelle”. Nella battaglia gli istriani furono duramente sconfitti e le fanciulle con il loro carico furono riportate a Venezia. Tra i combattenti si distinsero in particolar modo i “casselleri” (artigiani che costruivano le cassette nuziali). Fu istituita, così, ogni 2 febbraio la “festa delle Marie” durante la quale celebrazione, un corteo acqueo composto da dodici fanciulle e dal doge, attraversava il Canal Grande per raggiungere la chiesa di Santa Maria Formosa ove vi era la sede dai casselleri. Tale venne soppressa nel 1379 a causa della guerra di Chioggia.


 

Il giovedì grasso

Approfittando del fatto che i veneziani erano impegnati nella guerra contro i padovani e i ferraresi, Ulrico, patriarca di Aquileia, invadeva la sede episcopale di Grado. Il doge Vitale Michiel accorse prontamente con la sua flotta e catturò il patriarca con 1dodici suoi seguaci che furono portati a Venezia, e tra lo scherno della popolazione, furono fatti sfilare in piazza San Marco. Il doge concesse loro la libertà a patto che, ogni giovedì grasso, facessero pervenire alla Repubblica Veneta un toro e dodici porcellini, che dovevano rappresentare Ulrico e i suoi canonici. Fu, quindi, deciso di ricordare l'avvenimento ogni giovedì grasso e fu sempre inteso come spunto di baldoria. Gli animali venivano prelevati dalla “corporazione dei fabbri”, particolarmente distintasi nella lotta contro Ulrico, e portati in giro per la piazza per rinnovare le scene di derisione nei confronti dei friulani. Venivano, inoltre, costruiti dei castelli in legno che simboleggiavano le fortezze del Friuli. Al culmine della cerimonia, i fabbri tagliavano la testa al toro e il doge con i consiglieri distruggevano i castelli a colpi di lancia, ammonimento alle Signorie friulane. La festa si svolse in questi termini fino a quando il Friuli passò sotto la Repubblica Veneta, poi, per ordine del doge Andrea Gritti, fu modificata non essendoci più motivo di attrito con il popolo friulano.


 

Calle larga dei proverbi

Nei pressi di SS. Apostoli vi è la “calle larga dei proverbi” che deve il suo nome ad una casa che su di essa si affacciava. Essa fu demolita nel 1840 e sulle cornici dei balconi del piano terreno vi erano incisi due proverbi: “Chi semina spine no vada descalzo” ( chi semina spine non giri scalzo) e Di' de ti, e poi di me dirai” (parla prima di te e poi dirai di me).


 

Carlo Goldoni

Carlo Goldoni, al quale la vita era stata resa troppo difficile da Carlo Gozzi e dall'abate Chiari, da' il definitivo addio alla sua città per recarsi a Parigi il martedì grasso del 1762. Nato nel 1707, fu il più grande commediografo italiano del '700 e uno tra i più grandi di tutti i tempi. Intese il teatro come espressione psicologica dei suoi singoli personaggi “cerchiamo se sotto il cuoio delle vostre maschere è possibile scoprire facce che siano quelle dei cristiani”. Nel suo teatro comico si vogliono correggere i vizi e mettere in ridicolo il cattivo gusto, e fu questo a procurargli forti antipatie personali da coloro che, essendo in difetto, si sentivano bersagliati dai suoi scritti. Pantalone è la classica maschera di Venezia, diffusa e resa popolare in tutta l'Europa dal teatro di Goldoni, il cui nome deriva dall'abitudine dei veneziani di innalzare statue, lapidi ecc. cioè di “piantar leoni”, emblemi della Serenissima, ovunque si trovassero. Da qui; piantar leoni modificato in Pantalone... “Chi paga xe sempre Pantaeon ...” cioè: ogni spesa pubblica ricade sulle spalle dei cittadini.


 

L'abbigliamento

Il governo della Repubblica non voleva che i nobili si mescolassero, neanche visivamente, con il popolo, e a tale scopo esigeva che vestissero abiti che potevano immediatamente distinguerli. Nello stesso tempo dovevano vestire sobriamente, con austerità, non tendendo all'eccentrismo o al lusso. I Patrizi non potevano portare abiti gallonati o tessuti con l'oro o con bottoniere, la pena prevista era di duecentocinquanta ducati raddoppiabili per i recidivi. L'abito più comodo era il tabarro utilizzato dal popolo ma anche dai nobili che così entravano nell'anonimato del popolino. “Ieri alle ore ventitrè e mezza in campo a San Barnaba c'era il N.H. (nobiluomo) Gio Batta Basegio, in tabaro, con abito guernito d'argento che non si conosceva il panno, sta di casa ai Tolentini. Più alle ore ventitrè e mezza in campo di San Barnaba c'era il N.H. Covolon Pionieri in tabaro con abito gallonato, sta di casa a Santa Margarita. Più alle ventitrè e mezza in campo San Barnaba il N.H. Francesco Calbo, in tabaro con poca guarnizione sopra l'abito, sta di casa alla Carità, e per tal segno tutti questi tre cavalieri assieme, parlavano con due Signore in detto campo giusto alle ore ventitrè e mezza”. Denuncia segreta di Caimo Antonio 19 febbraio 1736.


 

La caccia ai tori

Fra le feste popolari quella della caccia ai tori era certamente una delle più entusiasmanti. In essa si cimentavano i “tiratori” che facevano giostrare un toro, o meglio un bue, perché di bue si trattava, mentre un cane, appositamente addestrato, andava a mordergli le orecchie. I tiratori erano solitamente due, uno dei quali era spesso un'allegra donnina, tenevano due lunghi e solidi canapi legati alle corna della bestia ed era loro bravura tirarli o allentarli facendo in modo che il bue corresse più a lungo possibile senza subire gravi danni dall'intervento del cane. Quasi sempre la povera bestia usciva dalla giostra con le orecchie mozzate nonostante gli interventi del “cavacane” che, quando il cane non intendeva lasciare la preda, andava a schiacciarli le mandibole o a mordergli la coda. L'ultima volta che si svolse questa manifestazione era il 22 febbraio 1802 in campo Santo Stefano. Quel giorno il bue sfuggi ai tiratori e provocò terrore e feriti tra la folla per questo il Consiglio dei Dieci abolì questa usanza carnevalesca.


 

L'emigrazione a Costantinopoli

Quando nel 1204, Enrico Dandolo entrò vincitore a Costantinopoli, Venezia, divenuta arbitro dei destini dell'Oriente, raggiunse l'apice della sua grandezza. Sicuramente, in quel tempo, i veneziani vagheggiavano una sorta di soggiorni a Bisanzio, ma certamente dovevano essere ben lontani dal pensare ad una vera e propria emigrazione in quelle terre e lasciare definitivamente la laguna. La tradizione riferisce che nel 1222, il doge Pietro Ziani consigliasse di lasciare Venezia in quanto soggetta al pericolo di inondazioni e priva di qualsiasi attività produttiva che non fosse la pesca. Nella sua risposta al doge, Angelo Faliero affermò come i ricordi e gli affetti leghino indissolubilmente gli uomini alla terra natia e come fu proprio l'improduttività di quelle terre a spingere i veneziani alla navigazione, divenuta ormai la loro prima industria. Dopo quanto detto, la proposta del doge venne messa ai voti e per uno solo di questi non fu approvata l'emigrazione dei veneziani a Costantinopoli.


 

I trasporti

Non tutti sanno che nella Venezia del XVI secolo, i peggiori disturbatori della quiete pubblica erano i cavalli e i muli. I cavalli, infatti, erano il normale mezzo di trasporto, ma la circolazione era talmente indisciplinata che il governo, per evitare incidenti, talvolta anche mortali, fu costretto a promulgare un “codice della strada” che tra le altre cose proibiva di andare al galoppo in piazza San Marco, salvo nei giorni di festa. Per percorrere il ponte della Moneta (poi ponte di Rialto) si doveva stare al passo. In campo San Salvador le cavalcature dovevano essere legate al grande fico centrale.


 

La “cheba”

L'interessantissima pena riservata dai veneziani ai delinquenti sacrileghi era quella della cheba (la gabbia). Una cheba, costruita in legno, veniva issata fino a metà altezza del campanile di San Marco e l'individuo che vi era sistemato al suo interno veniva schernito dalla plebe e doveva rimanere, spesso fino alla fine dei suoi giorni, alle intemperie. Gli alimenti, pane ed acqua, gli venivano calati per mezzo di una corda.


 

Il campanile di San Marco

Il campanile di San Marco fu centro di vari avvenimenti come la prima dimostrazione del telescopio effettuata da Galileo Galilei nel 1609. L'imperatore Federico III salì, attraverso un apposito piano inclinato sistemato per l'occasione, fino in cima senza scendere dal suo inseparabile cavallo. Anche l'arciduca Carlo d'Austria volle raggiungere la vetta del campanile e probabilmente lo fece anche Napoleone Bonaparte ma non esistono notizie sicure al riguardo. Per quanto riguarda la storia del campanile si sappia che la primitiva torre campanaria, eretta con la funzione di faro, era l’ultimo monumento romano costruito con materiali raccolti ad Aquileia e trasportati nell’estuario veneto. Tali materiali portano ancora impresse le sigle imperiali. Solo attorno al 902 (qualcuno asserisce nel 888) assunse la funzione e la forma di torre campanaria. La penultima costruzione del campanile risale al 1513, sotto il dogado di Leonardo Loredan, In questo periodo fu aggiunto l’angelo dorato per indicare la direzione del vento. Tale angelo fu sostituito da uno più grande nel 1557 mentre, quello attuale risale al 1822. Aveva quasi mille anni quando, la mattina del 14 luglio 1902 collassò su se stesso distruggendo la sottostante loggetta del Sansovino e l’angolo della biblioteca Marciana. Nessun danno invece alla basilica ne alle persone, non uccise nemmeno un colombo.


 

Far “garanghello”

Far garanghello è un modo di dire che ha origine popolare, infatti, se le famiglie patrizie passavano le loro giornate autunnali nelle splendide ville della riviera del Brenta i popolani si accontentavano di una sola giornata di festa tutta per loro chiamata garanghello. Era il giusto compenso alle loro fatiche quotidiane di un intero anno durante il quale risparmiavano per poter, in questa giornata, addobbare le barche con le quali si portavano al Lido o a Mestre dove ballavano, cantavano giocavano e mangiavano.


 

Lodovico Manin

Una grande folla si raduna in piazza San Marco, viene dalle Mercerie, dalla Riva, dal Bacino, tutte le campane della città suonano a festa. E' il 10 marzo 1789. Lodovico Manin è il nuovo doge e, come consuetudine, sale sul “pozzetto” e da lì viene portato a spalla da sessanta “arsenalotti” (lavoratori dell'Arsenale di Venezia) verso Palazzo Ducale. Durante il tragitto egli ordina ai portatori di procedere lentamente affinché possa distribuire al popolo festoso monete d'oro e d'argento quale auspicio di abbondanza e serenità. Una volta entrato a palazzo, le cortigiane continuano a lanciare monete con l'effige del nuovo eletto. Quasi duecento anni prima, il doge Leonardo Donà, eletto nel gennaio 1606, che non aveva distribuito nulla, invece che plausi ricevette palle di neve.


 

Le pene capitali

Se la Serenissima era estremamente varia nell'offrire al popolo e ai visitatori illustri feste e divertimenti, certamente altrettanto lo era nel far passar a miglior vita i condannati alla pena di morte. Infatti, si poteva essere giustiziati per decapitazione o per impiccagione fra le due colonne della piazzetta o fra quelle rosse del palazzo Ducale, per “descopadura” ossia con colpi di mazza, per strangolamento nel carcere, per annegamento, oppure, anche se molto raramente, sul rogo. Per i rei di delitti atroci, o nei confronti dello Stato o per i furti sacrileghi, era riservata una procedura del tutto particolare che contemplava una serie di operazioni da portare a compimento sia prima che dopo l'esecuzione vera e propria. Il reo veniva condotto con una chiatta da San Marco a Santa Croce lungo il Canal Grande a torso nudo, ed ad ogni traghetto lo si martoriava con tenaglie roventi. Giunto a Santa Marta, gli si amputava la mano destra e lo si trascinava per la strada. Veniva, quindi, riportato in piazzetta San Marco e ivi decapitato. Ad esecuzione avvenuta, il cadavere veniva diviso in quarti ed esposto al pubblico in quattro luoghi della città a monito della popolazione e dei forestieri.


 

I “tregheti”

La gondola ha quasi sempre avuto anche una funzione pubblica: quella di traghettare da una parte all'altra del Canal Grande per accorciare in maniera rilevante il tragitto evitando così di dover servirsi dei ponti che si trovano a notevole distanza l'uno dall'altro. Il servizio iniziò intorno al trecento, costava un “quartarolo” ed era effettuato da barchette dette “sceole”. Il più antico traghetto è quello di San Canciano, dove addirittura il doge Angelo Partecipazio, che aveva la residenza in campiello della Cason, aveva delle imbarcazioni per recarsi a Murano. Alle barche presto si sostituirono le gondole e il tregheto diventò vera e propria istituzione regolata da convenzioni particolari. I traghettatori dovevano pagare le tasse di concessione, dette “libertà”. I più importanti tregheti furono: San Felice, San Gregorio, San Tomà, San Samuele e San Cassiano. Si contavano, inoltre, traghetti per lunghe destinazioni quali Mestre e Chioggia. Visto, il grande afflusso di traghettanti per i lunghi tragitti che le gondole non erano in grado di soddisfare si costruirono battelli più grandi, i “burchielli”. Il più famoso è quello che faceva rotta verso Padova il quale veniva rimorchiato nelle acque lagunari e poi trainato da cavalli lungo le rive della Brenta.


 

I capelli biondi

Era di gran voga, per le donne della Serenissima, schiarirsi i capelli. Per raggiungere lo scopo non esitavano a bagnarsi i capelli con una “sponzetta ligata e la cima di un fuso” intinta nei miscugli più strani e fantasiosi. Importantissima era l'asciugatura cui si sottoponevano i capelli dopo le spugnature, infatti le donne veneziane rimanevano ore ed ore sulle “altane” vestite con tela leggera e portando in testa un cerchio di paglia, chiamato “solana”, praticamente la sola tesa di un cappello. Questa particolare usanza spiega perché le donne ritratte dai pittori siano sempre bionde e perché ogni casa avesse almeno un'altana.


 

Il tiro con le balestre

Frequentare il capo di tiro con la balestra era un obbligo per i cittadini dai quindici ai trentacinque anni e in ogni luogo, dov'era possibile, nei giorni di festa si svolgevano allenamenti e gare. Il luogo più frequentato per questo tipo di esercizio si trovava a San Nicolò, al Lido dove si disputavano numerose gare con enorme affluenza di pubblico tanto che un decreto del 1406 sanciva che il magistrato dei Signori di Notte avesse sede su questa spiaggia e che dovesse sempre presenziare alle esercitazioni e premiare i vincitori delle dispute. Altri bersagli erano installati a San Geremia, a San Vitale, in Barbaria de le Tole a San Francesco e in molti altri luoghi.


 

Le galline padovane

Nel 1214, nella disputa di un torneo cavalleresco, tenutosi a Treviso, venticinque giovani di Padova venuti a diverbio con i contendenti veneziani, ne oltraggiarono il vessillo. La Serenissima Repubblica prima fece pagar caro l'affronto subito dal gonfalone di San Marco con l'uso delle armi, poi con l'imposizione di consegnare ogni anno, ufficialmente ed in piazza, venticinque galline padovane, a simboleggiare i venticinque giovani. Queste venivano chiassosamente spennate da donne e distribuite alla folla che le arrostiva e mangiava direttamente sul posto.


 

Marco Corner

“... se no ghe xe spassio, strensè al mondo ... ma slarghè Venessia! ...” (se non c'è spazio stringete il mondo ma allargate Venezia). Con queste parole il doge Marco Corner si rivolse ai geografi che a lui ed alle altre massime cariche della Repubblica avevano sottoposto un mappamondo con segnate le terre ed i mari a quell'epoca conosciuti. I malcapitati studiosi avevano avuto l'ardire di segnare Venezia, sulla carta, con un puntino nero, le sue effettive dimensioni geografiche. Inconcepibile!


 

Calle Racheta

Fra i giochi nei quali si cimentavano i nobili vi era quello della racchetta. Un qualche cosa simile all'odierno tennis, che consisteva nel lanciare una palla per mezzo della racchetta, costituita da corde tese entro un ovale di legno terminante con un manico. Una calle, nei pressi di Santa Caterina, dove era in uso giocare, porta tutt'ora il nome di calle Racheta. Sempre lo stesso o un gioco molto simile è descritto dal Bandello: “La forfetta era un giuoco di palla che si gettava l'uno all'altro, e che chi la lasciava cadere in terra senza poterla nell'aria pigliare, quello s'intendeva fatto fallo e perduto il giuoco”.


 

Le monete

La prima moneta veneziana fu il “denaro” coniato, in argento, dalla zecca di San Bartolomeo, nell'855 e come simbolo di sudditanza portava i nomi di Venezia e degli imperatori aventi diritto sulle terre venete. Scomparsa la sudditanza, sotto il governo dogale, si coniano le prime monete veramente veneziane e dopo il “grosso d'argento” del doge Enrico Dandolo, il Maggior Consiglio, nel 1284, decide di coniare la moneta d'oro che resterà fino alla caduta della Repubblica: il ducato veneziano. La zecca fu trasferita, nel 1277, a San Marco (dove si trova l'attuale biblioteca Marciana), sotto il controllo del senato e si dice che già dal 1400 coniasse più di un milione di monete all'anno. Nel cinquecento il ducato viene chiamato “zecchino” ed ancora oggi, l'oro quasi puro si dice “oro zecchino”. Lo zecchino divenne presto la moneta più famosa e altri stati lo presero a modello per i loro coni. Fu istituita una vigilanza dello stato, i “Provveditori sopra gli ori e le monete” addetti alla pesatura ed al controllo delle stesse per evitare le frodi sia nel coniare che nel limare i ducati poiché non era ancora in uso la zigrinatura del bordo. Il primo ducato fu coniato ai tempi del doge Giovanni Dandolo e raffigurava, in un verso, il “Cristo in mandorla”, raffigurazione che fu mantenuta nelle successive coniature. L'ultimo ducato fu coniato da Lodovico Manin e fu un multiplo: un pezzo da 50 zecchini.


 

Il ponte delle Tete

Il pubblico potere da' alle “allegre signore” il compito di combattere l'omosessualità che minaccia di dilagare in città. Siamo nel XVI secolo. Lo stesso Gran Consiglio le autorizza a proporre ai passanti “... il seno nudo e bene in vista, sia quando stanno sulla porta di casa che alla finestra ...” magari illuminato da una candela. A testimonianza di questa crociata contro l'omosessualità, un ponte a San Cassiano, ribattezzato “delle tete”.


 

Il pavimento alla veneziana

“Quel pavimento che noi chiamiamo terrazzo non ha un nome nel vocabolario italiano e nell'uso lo si chiama smalto, smalto battuto, battuto alla veneziana. Tanto è vero che è tutto nostro, e se ora lo si conosce fuori delle Venezie, codesto avvenne perché noi soli conservammo codesta reliquia dell'Italia antica ... Sulle assi de' palchi, gregge, si stende uno strato di calcinacci e ciotoli pesti che s'impastano colla calce. Poscia si stende sopra uno strato di mattoni pesti e di calce; l'uno strato e l'altro sono battuti a lungo prima con marreranghe (beccanele), poi con certi ferri lunghi e stretti fatti a mo' di cazzuola, perché il primo strato serva di fondo, il secondo si amalgami al primo e formino un sodo che resiste al tempo e al peso. Sul secondo strato s'intarsiano pezzi di marmo e pietre preziose a disegno secondo la voglia dello spendere. Poscia, asciutto che sia il pavimento, si uguaglia e si lucida con cilindri di pietra molare.


 

La calle della Morte

In questa calle buia, denominata “calle della morte”, la tradizione popolare vuole identificare il luogo nel quale, per ordine del Consiglio dei Dieci, si facessero sparire quei condannati dei quali era più conveniente sbarazzarsi al più presto. La calle si trova nei pressi del campo San Giovanni in Bragora, ora Bandiera e Moro.


 

Marin Faliero

Sullo scalone del palazzo ducale appare, vestita di una semplice tunica scura, la figura del doge Marin Faliero. E' la mattina del 15 aprile 1355. Scende lentamente e, con voce tremante, di fronte ai consiglieri, ai senatori, ai magistrati e al popolo tutto, dichiara la sua colpevolezza, raccomanda l'anima a Dio e si avvia verso l'orrendo ceppo sul quale deve poggiare il capo. Un colpo di spada e giustizia è fatta: Venezia non finirà mai tra le mani di un tiranno. Con la testa tra gli stinchi, verrà tumulato in un sepolcro senza iscrizioni nella basilica dei Santi Giovanni e Paolo. Il suo ritratto, nella galleria dei dogi, a palazzo ducale, sarà sempre coperto da un drappo nero. Marin Faliero aveva tentato di realizzare il folle progetto di mettersi a capo di una congiura di popolani e di borghesi contro l'oligarchia dei nobili e, una volta giunto al potere, formare un governo proletario che gli consentisse di divenire il dittatore di Venezia per saziare la sua sete di potere e di vendetta; vendetta soprattutto contro quei giudici che, anziché l'esilio, infissero una lieve condanna al nobile Michele Steno che lo offese la sera del giovedì grasso, alla gran festa di palazzo ducale, quando il doge, seccato per l'insistente corte che costui faceva alla dogaressa, fermate le danze lo fece cacciò. Di vendetta contro lo stesso Steno che, prima di andarsene, porse al doge un offensivo biglietto nei riguardi di Aulica, la bella moglie:

Marin Faliero,

g'à na bea muger,

altri ea gode

iu la mantien”


 

Le “liste”

La Serenissima non ha mai visto di buon occhio la presenza stabile di stranieri che si occupassero di politica, ciò nonostante ammettesse diplomatici accreditati presso i dogi, che rappresentassero i loro paesi. Questi godevano di alcuni privilegi, non ultimo ad esempio, quello di avere la strada adiacente alla loro abitazione, intesa come “zona franca” dove gli armigeri della Repubblica non avevano alcun potere, nemmeno quello di poter catturare quei delinquenti che lì si rifugiavano. Tali strade si chiamavano, ed ancora si chiamano, “liste”.


 

La pavimentazione di piazza San Marco

La pavimentazione di piazza San Marco, una volta non esistenze, fu costruita, in mattoni, nel 1264 e sostituita con una a quadretti (pietre quadre), nel 1392. Le liste bianche di marmo, che diedero poi il nome di “liston” al passeggio, si posero nel 1406, per delimitare i posti destinati ai banchi del mercato che si svolgeva al sabato. Più recente è l'usanza di individuare come omosessuali coloro che passeggiando in piazza San Marco, calpestano i marmi bianchi.


 

La Biennale

“La nostra città saluta oggi con festa l'inaugurazione della sua mostra, nella speranza che gli artisti trovino eccitazione e conforto ad opere anche maggiori e nella certezza che la poesia del bello, raggiunte così dai suoi storici monumenti come delle creazioni e dalle aspirazioni dell'arte nuova, valga anch'essa ad unire la parte più eletta dei popoli in un vincolo di fraternità spirituale”. Con queste parole il sindaco, Riccardo Selvatico, presentava il catalogo della prima Biennale che si inaugurava, ai Giardini, il 22 aprile 1895.


 

Il “bocolo”

E' consuetudine, il 25 aprile, regalare un “bocolo” (bocciolo di rosa rosso) alla propria dama. La leggenda fa risalire le origini di questa tradizione al contrastato amore della figlia di Orso Partecipazio con un giovane di umili origini, il quale, per valutarsi agli occhi del doge, si imbarcò su di una galea per combattere i turchi. Il suo eroico comportamento in battaglia fu immortalato da bardi e da trovatori, ma purtroppo il giovane pagò il suo valore con la vita. Cadde trafitto da mano infedele accanto ad un cespuglio di rose bianche. Prima di morire raccolse un bocciolo, lo accostò al cuore e lo consegnò al suo scudiero affinché portasse quel fiore, intinto del rosso del suo sangue e quale estremo pegno del suo amore, alla giovane dama che, in patria, trepidava per lui.


 

Il ponte degli Scalzi

Il servizio pubblico tra la riva di San Simeon Piccolo e la nuova fondamenta della dogana principale, veniva effettuato da due “tregheti”, chiamati “delle Mozze”, poiché le barche addette a questo servizio erano prive dei “ferri”. I tregheti vennero aboliti il 29 aprile 1858, con l'inaugurazione del ponte di ferro, fatto costruire dagli austriaci, che collegava le due “fondamente”.

Tale ponte, in effetti alquanto brutto, venne sostituito, nel 1934 su progetto dell'architetto Eugenio Miozzi, con un nuovo ponte in pietra di mirabile fattura, in merito al quale Diego Valeri così si espresse: “Un esile sopracciglio marcato a candida meraviglia”.


 

Il gioco d'azzardo

Erano in origine tre le colonne che furono portate a Venezia dall'oriente ma una cadde in acqua durante le manovre di scarico e non venne più recuperata, mentre le altre due furono, per lungo tempo, lasciate in abbandono sulla piazzetta poiché i veneziani non riuscivano ad issarle. Fu un certo Niccolò Barattieri che si impegnò a sistemarle, esigendo, dal senato, non denaro ma la possibilità di installare tra di esse una sala per il gioco d'azzardo. La proposta venne accettata el colonne vennero ben presto il punto d'incontro per i giocatori veneziani. Essendo, per il Barattieri, il gioco diventato sempre più proficuo e non potendo il senato ritirare la parola data, si pensò di destinare il luogo per le esecuzioni capitali. Si riuscì, in questo modo, ad allontanare da esso la maggior parte dei cittadini che mal volentieri giocavano presso quelle colonne sporche di sangue.

Un'altra versione dei fatti indica che durante le manovre di raddrizzamento della prima colonna vi fu un intoppo in quanto, quando mancavano pochi centimetri al compimento dell'opera, ci si accorse che le corde erano troppo lunghe e non vi era modo di sopperire al problema. Nel silenzio di tomba nel quale si svolgevano le operazioni, si udì una voce tra la folla: “Bagnè e corde!” (bagnate le corde!); le corde furono bagnate e poi asciugandosi si accorciarono issando finalmente la colonna. Il suggeritore fu, in questo modo, perdonato per aver rotto il silenzio imposto durante le manovre e probabilmente se si trattava di Niccolò Barattieri fu premiato nel modo sopra descritto.


 

Lo sposalizio del mare

“Mare, ti sposiamo in segno del nostro vero e perpetuo dominio”. Questa è la famosa frase con la quale il doge, per concessione del papa Alessandro III, durante la festa della “Sensa” (Ascensione), sposava il mare gettandovi un anello benedetto. Questa festa risale al 999 quando il doge Pietro Orseolo II, salpato da Venezia il giorno dell'Ascensione, conquistava la Dalmazia e proclamando la sua città “Regina dell'Adriatico”. Per dare più importanza e sfarzosità alla festa, che nei primi anni veniva modestamente celebrata, venne costruito, nel '300, il Bucintoro.


 

I “Murassi”

Fra l'isola di Chioggia e Malamocco, vi fu un lungo conflitto per il possesso dell'isola di Pellestrina, che ebbe termine solo nel 1636 quando venne stabilita la sua definitiva appartenenza a Chioggia. L'isola si divide in varie zone: San Pietro in Volta, (anticamente chiamata Albiola), Portosecco (Pastena), Pellestrina e Caromano. La zona di Albiola prese il nome di San Pietro in Volta in ricordo della vittoria del doge Tribuno, contro gli Ungheri, avvenuta nel giorno di San Pietro. Nell'isola si può ammirare un'imponente opera muraria: i murassi. Sono questi degli enormi blocchi di pietra, posti a sbarramento delle acque del mare in difesa dell'isola e della laguna stessa. Si estendono lungo il litorale per quattro chilometri e tale grandiosa impresa, ideata da padre Vincenzo Coronelli, iniziata nel 1744 fu portata a termine dopo ben trentotto anni di lavori.


 

Vittorio Cini

Il conte Vittorio Cini istituisce, nel 1951, in memoria del figlio Giorgio, una fondazione grazie alla quale l'isola di San Giorgio viene riportata alla sua antica bellezza. Per l'istruzione marinara, si crea, nel 1952, il “Centro marinaro” e si costruisce una nave-scuola, la “Giorgio Cini” che compie crociere nel Mediterraneo. Viene istituito anche un centro internazionale di arte e cultura e poiché si tengono molti concerti, viene costruito il “Teatro Verde” che ricorda, nella sua struttura, gli antichi teatri greci.